Intervento alla Biennale Spazio Pubblico 2017

Intervento al workshop “Comunità in cammino” del 25 maggio 2017, nell’ambito della Biennale Spazio Pubblico 2017

La nostra associazione, “Visure Acatastali”, è una piccola associazione, poco più di un gruppo di amici. Camminiamo a Roma, semplicemente per conoscerla, attraverso le “esplorazioni urbane”, camminate collettive in cui i partecipanti osservano e vivono il territorio, visitando a piedi i luoghi oggetto di attenzione. In quasi tre anni abbiamo organizzato oltre settanta uscite con circa 1.300 partecipanti, coinvolgendo più di 150 persone e incontrando decine di associazioni, comitati, gruppi e istituzioni locali.

Non cerchiamo, infatti, solo le bellezze della città, che peraltro ci sorprende spesso con scorci naturalistici e monumenti di grande valore anche se poco conosciuti e quasi mai visitati.

Cerchiamo di vedere i segni della sua storia recente e delle trasformazioni in corso, dei conflitti che si generano, puntando a capire meglio la sua realtà contraddittoria e i suoi problemi profondi. Ci piace anche incontrare i protagonisti di queste vicende, confrontandoci con istituzioni di base, come le biblioteche ad esempio, associazioni, comitati, gruppi locali, singole persone, per ascoltare i loro progetti, per visitare i luoghi dell’innovazione e della produzione, culturale e tecnologica.

Come abbiamo scritto nello statuto il fine delle nostre attività è “contribuire con un nostro originale patrimonio di conoscenze e proposte ai movimenti in atto per la difesa e la valorizzazione del patrimonio naturalistico, storico e artistico e per la riqualificazione e il miglioramento dell’ambiente urbano”.

Il rapporto tra i “grandi cammini” e le città

In questo incontro vogliamo dare un piccolo contributo su una questione specifica, quella del rapporto tra i “grandi cammini”, in fase di sviluppo sulla scia del successo internazionale del cammino di Santiago e del crescere continuo della nostra Via Francigena, e le città da esse attraversate.

E’ un rapporto spesso problematico, non solo in Italia (pensiamo alle difficoltà che il camminatore incontra nell’ingresso a Torino sulla Francigena, entrando a Burgos o uscendo da Bilbao e Lisbona sui cammini di Santiago…). Alla base c’è l’oggettiva sostanziale differenza tra il camminare in città e il farlo nelle zone non urbanizzate. Sono attività che si sviluppano seguendo principi e regole differenti.Una situazione dove abbiamo insieme le difficoltà legate al cammino in zone fortemente urbanizzate, con la necessaria convivenza con grandi arterie automobilistiche, e alcune differenze specifiche quali ad esempio l’uso dei mezzi di segnalazione, le comunicazioni delle informazioni utili, la diversità nell’offerta di alloggio…     

Per armonizzarle servono iniziative specifiche, possibili, però, solo all’interno di città già aperte e attrezzate al camminare urbano. Gli aspetti essenziali sembrano essere due:

  • assicurare l’armonica conclusione del cammino di chi viene da fuori fornendo la possibilità di spostarsi a piedi in maniera gradevole fino alle mete finali, sia cittadine, sia legate alla ripartenza dalla città verso altre mete;
  • organizzare la connessione dei cammini con un reticolo dei percorsi pedonali urbani, che colleghi le principali mete della città, siano spazi verdi o luoghi di pregio e valore turistico e culturale, assicurandone l’accesso pedonale.

A Roma, non siamo proprio ben messi.

Sul primo punto basti pensare ai due percorsi principali verso e dalla città: l’Appia Antica e la via Francigena. Due casi di cammini che semplicemente “si dissolvono” nell’entrare in città.

La via Appia che nel suo ultimo tratto, e in particolare tra il Quo Vadis e Porta San Sebastiano e poi Porta Capena, diventa una pericolosa camera a gas, una strada piena di traffico veicolare e senza marciapiedi.

La via Francigena annega nella via Trionfale, arteria evidentemente impossibile da percorrere a piedi, tanto che da tempo si stanno cercando soluzioni alternative, ancora non complete e con alterni risultati.

Sul secondo punto c’è solo da certificare l’assenza di questo reticolo, in una città dove esistono solo spezzoni di percorsi pedonali, pur con tante ipotesi e progetti rimasti per lo più sulla carta.

Nel caso di Roma interconnettere i cammini con il reticolo urbano implica quindi costruire di pari passo gli elementi di questo reticolo.

Iniziative specifiche: le “porte”

Le “porte” da organizzare sono spazi di accoglienza, informazione e organizzazione del viaggio, che sanciscono l’ingresso nello spazio urbano, fornendo a chi arriva camminando gli strumenti per fruirne delle opportunità che la città offre, in continuità con lo spirito del camminare a piedi o in bicicletta.

Per l’Appia Antica dobbiamo ipotizzare, almeno a medio termine, la chiusura alle auto di tutto il tratto finale dell’antica via, da Cecilia Metella fino a Piazzale Metronio. All’interno di questo spazio può svilupparsi la “porta”, partendo da quanto già esiste presso l’attuale sede del Parco dell’Appia Antica alla Cartiera Latina e completando la gamma dei servizi offerti, a partire dalle indicazioni sulle possibilità di alloggio a basso prezzo. L’altra necessità e il collegamento pedonale verso una delle stazioni metro o ferroviarie urbane: una soluzione potrà essere un collegamento via Parco della Caffarella alla prevista futura stazione della FL1 a Piazza Zama, stazione già presente in tutti gli strumenti di programmazione urbanistica ma mai concretamente perseguita.

Per la via Francigena è importante consolidare il percorso realizzato all’interno del Parco dell’Insugherata, ancora in parte poco agevole, sistemare il suo sbocco con il collegamento con la stazione San Filippo Neri e la connessione alla pista ciclopedonale verso Monte Ciocci, entrambi oggi possibili solo a rischio e pericolo di chi cammina. Per la citata ciclopedonale occorre procedere al suo completamento da Valle Aurelia verso San Pietro (intervento già programmato tra le opere del recente Giubileo della Misericordia ma poi non attuato). Nell’area di Valle Aurelia può agevolmente trovare posto la “porta” con i modesti edifici per l’offerta dei servizi a chi cammina.

Iniziative di sistema: la rete del camminare a Roma

Nelle nostre “esplorazioni urbane” abbiamo toccato con mano moltissimi casi in cui lo spostarsi a piedi è difficile e pericoloso, semplicemente perché non si è mai fatta attenzione alla questione. Vediamo solo alcuni casi e eclatanti di percorsi, semplici, belli e utili, che semplicemente non esistono e costringono a stravaganti acrobazie.

Qui siamo vicino a Ponte Mammolo, uscendo dall’area di un gentile carrozziere che ci ha consentito di passare per via Messi d’Oro e Pietralata. Altrimenti non sarebbe possibile muoversi a piedi in quella direzione. La stazione di Ponte Mammolo, stretta tra raccordi, bretelle e svincoli, sembra non prevedere alcun accesso pedonale, ma solo auto, bus e pullman.

Qui siamo a Via della Travicella, una deliziosa “strada senza uscita” che si diparte dall’Appia Antica verso via Cristoforo Colombo e poi Eataly e la Garbatella. Giustamente senza uscita per le auto, ma perfetta e gradevole per i pedoni e le bici, se non fosse che gli ultimi trenta metri sono abbandonati e “difesi” da un’inutile sbarra, che ne impedisce l’uso.

Questa immagine ritrae Tor Vergata, dando le spalle al parcheggio dell’Università. Parcheggio che simboleggia il fatto che “non è prevista” la possibilità di arrivare all’Università senza viaggiare sulle ruote di auto, moto o autobus.  Per arrivare dalle stazioni metro e ferroviarie più vicine si deve attraversare a proprio grave rischio le varie strade a veloce percorrenza che contornano le aule e il campus. Incredibile, in un luogo dove ogni giorno devono arrivare migliaia di studenti, docenti, lavoratori.

Che cosa ci dice quindi la nostra esperienza?

Soprattutto che una rete di percorsi pedonali urbani non può essere formata soltanto da ville e parchi con i loro percorsi, da aree pedonalizzate e da piste ciclo-pedonali. Ben vengano questi elementi, ovviamente, ma senza dimenticare che è in tutte le parti della città che il cammino pedonale deve essere reso possibile.

In questo modo la rete non è più finalizzata solo al turismo, al diporto e all’esercizio fisico del fine settimana, ma costituisce una reale e competitiva modalità di spostamento, per accedere ai luoghi di pregio artistico e culturale, ma anche per raggiungere, per il lavoro e la vita quotidiana, i luoghi vicini.

Lavorare in questa direzione significa inserire sempre questa dimensione nella progettazione urbana, nonché progettare e realizzare i tanti interventi ad hoc, le tante “piccole” opere necessarie. Parliamo di marciapiedi, di attraversamenti protetti, di eliminazione degli ostacoli, di passaggi specifici per i pedoni, di percorsi alternativi, di segnalazioni adeguate, di riduzione dell’interazione con il traffico automobilistico, e quindi della pericolosità.

La città pedonale, una grande opera

Sappiamo bene di avanzare proposte ambiziose e di muoverci su un terreno molto difficile. Costruire nel tempo una città pedonale è opera complessa come e più della realizzazione di qualsiasi grande opera. Lo è, una grande opera. Molto diversa da quelle che siamo abituati a discutere negli ultimi anni.

Un’opera importante ma diffusa.

Un’opera comunque costosa ma suddivisa in una moltitudine di piccoli e medi interventi.

Un’opera che non genera cementificazione, anzi, ma che dà impulso all’attività edilizia, senza nuove invadenti costruzioni ma basandosi su tutela e riadattamento.

Un’opera che non si realizza con “mega-appalti”, inevitabilmente legati a “mega-consorzi”, ma che implica tanti lavori per imprese medie e piccole, più facilmente gestibili per minore impatto e durata.

Un’opera che non parte da un unico progetto di uno studio prestigioso, ma che necessita fin dalla progettazione della partecipazione dei cittadini e dell’apporto di competenze diffuse e interdisciplinari.

Che cosa si muove in questa direzione

Molto, ma in maniera spesso poco nota, quasi sotterranea, frammentata, divisa. Tanti comitati e associazioni conoscono i loro territori e avanzano proposte che vanno spesso in questa direzione. Da soli, quasi sempre. Abbiamo però anche incontrato iniziative più ambiziose e lungimiranti. Tra queste, ad esempio:

  • Il progetto del Grande Raccordo Anulare delle Bici – GRAB, con le sue estensioni e i suoi raccordi verso altre aree, GRAB+. http://velolove.it/grab/
  • Il progetto Parcel, “Percorsi Archeologici Religiosi del Celio”, aperto dopo il 2015, anche a soggetti laici e istituzionali, per la valorizzazione degli itinerari gregoriani e benedettini dal Celio verso la Britannia, con attenzione specifica alla parte urbana e alla sua interazione con il cammino. www.parcel.it
  • Il progetto del Parco Lineare delle Mura Aureliane – PUMA – una delle prospettive incompiute già contenute nell’attuale Piano Regolatore Generale, ripreso da recenti lavori del compianto amico Arch. Brunello Berardi. http://muralatine.blogspot.it/

Un’altra esperienza di grande interesse è stata la partecipazione al gruppo sulla mobilità pedonale a Roma riunitosi alcune volte presso l’Inarch, orientato dal prof. Rosario Pavia e sospinto dalla passione dall’architetto Valentina Piscitelli. Un gruppo che ha riunito personalità e associazioni di origine e storia diversa, per collaborare nell’elaborazione. E’ proprio da questa esperienza che nasce la considerazione con cui voglio concludere questo intervento.

Abbiamo detto della necessità di intraprendere un percorso di costruzione della “città pedonale”, fatto di molteplici interventi, frutto di una pluralità di attori tra cui, oltre alle istituzioni e ai professionisti, hanno un ruolo chiave i cittadini, le loro associazioni, i loro comitati. La proposizione di questi soggetti è già oggi ricca e articolata e si concretizza in tante proposte che spesso arrivano ai Municipi, a Roma Capitale, a tutti i soggetti istituzionali proposti. E’ un fenomeno validissimo e utilissimo. Inevitabilmente però queste proposte, frutto diretto dei bisogni e della passione dei cittadini, hanno delle carenze, sia sotto il profilo della generalità che su quello tecnico.

Faccio quindi una richiesta ad alcuni degli organizzatori di questa bellissima “Biennale Spazio Pubblico 2017”. All’Istituto Nazionale di Urbanistica, all’Istituto Nazionale di Architettura, all’Ordine degli Architetti, alle Università. Si tratta di organizzazione di diversa natura ma tutte contraddistinte sia dalla massima competenza in materia, sia dalla dovuta “terzietà” rispetto alle concrete scelte politiche e di mercato.

L’ulteriore contributo che possono dare è quello di costruire un polo capace di sostenere la proposizione d’interventi, sia attraverso l’aiuto alla creazione di una rete per la diffusione della conoscenza di problemi e proposte, sia attraverso un’attenzione alla proposizione che costituisca una sorta di “controllo di qualità”, evidenziando i possibili limiti e incongruenze e aiutando a superarli. Nessuna sponsorizzazione e nessuna bocciatura, quindi, solo attenzione e dialogo per far crescere partecipazione e progettazione partecipata.

Grazie.